t’hovisto

t’ho visto

nel nostro groviglio di corpi sudati e le mattonelle fredde della doccia, lo scrosciare dell’acqua e Love Anthem N1 in sottofondo, poche parole, ansimi, affanni e le tue labbra pretenziose, sono le nove e sono stretta tra la calca di pendolari sul 1, un sorriso nostalgico con gli occhi fissi su Corso Sempione, un pezzo di Battisti mi avvolge, un po’ come il tuo sguardo vigile che dice così tanto, “stai in fissa con gli occhi, eh?” e m’hai sgamato, che io gli occhi tuoi li ho guardati ancor prima di vederli, quel verde scuro che mi ricorda un paesaggio di montagna d’estate, una distesa infinita di conifere

e poi me l’hai detto pure tu che a te solo guardarmi ti sazia, e vorrei dirti che anche per me è così, ma poi ti ho avuto e sono diventata un’incapace

incapace di esistere e di resistere

23E

L’aria condizionata nei voli alitalia è come un invito esplicito ad uscire con la confezione del paracetamolo in tasca. Sei donna, dopo i fazzoletti, le salviettine e l’amuchina per le più delicate, il paracetamolo è un must, soprattutto per gli ipocondriaci come me, che un’emicrania è un aneurisma cerebrale.

Con la testa (e anche il corpo direi) tra le nuvole penso già al profumo dei pini e la brezza salata del mare e sono in fibrillazione.

69 giorni che non vedo casa e mi sembrano anni luce, eternità sconfinate.

E passi il piagnisteo irritante del bambino del 24E , e passi il vecchio che rantola e il russare incessante di quello che gli siede accanto. Se chiudo gli occhi vedo già il sole cadere e infrangersi su capo caccia, sento l’acqua gelida del Lazzaretto intorpidirmi le dita dei piedi e il rumore del mare. Una scarica di endorfina mi attraversa la spina dorsale, ed ora lo so, cosa è la vita da fuori sede. E non sono i sughi pronti e le lavatrici sbagliate, non sono le migliaia di foto attaccate alla parete del letto che mi cullano nella solitudine della notte, o il Sud che mi porto dentro. Le polpette di mamma, la lasagna di nonna P.

È il profumo che ti inebria i sensi quando strattonata da mille energumeni sudati che spingono per uscire dal veicolo pensi a quanto ti sia mancata casa. Quel paesino da cinquemila persone è il Cosmo intero, pure confronto al milione di abitanti di Milano. Confronto al Duomo che riflette la luce esplosiva del sole delle 7, che gli da quella tonalità tanto ambrata che potrebbe sembrare oro colato. Il moletto in darsena, una lager 4 luppoli, uno spinello che ti raschia la gola e il nuovo EP di XXXTENTATION , “remedy for a broken heart (why am I so in love)” ( è decisamente meno grunge di Fuck love, e Trippie spacca quel pezzo in due).

E poi ci sei tu, una polo stropicciata , una suola di scarpa consumata e quei bermuda , che io non te l’ho mai detto, ma odio da morire. Sembri uno di quei ragazzini a scuola vela mi infastidivano a tal punto da meritarsi un tuffo giù dal molo. I capelli scombinati e un paio di quegli occhiali da sole trovati a qualche mercatino dell’usato per caso.

E certo Milano è la cura ad ogni male , ma è anche la stronza che il male me lo procura. E qui subentri tu, e corro tra le tue braccia salde che mi accolgono sempre con una nostalgia agrodolce che si insinua nella parte piu remota del mio cervello, ma che scalpita per venir su ogni volta che ti osservo e sento che non ti sto godendo abbastanza. Con i piedi a penzoloni giù dai bastioni.

Sei bella quando mi sento sola all’ora di punta sulla M2 stretta tra quel cumulo incessante di persone, e i loro respiri pesanti li sento sul collo talmente stiamo stretti. “Stretti come Jorja Smith nel suo vestitino al live all’O2 Arena a Londra” per citare (stranamente?) Corrado.

E tutti i pensieri negativi si sciolgono solo al contatto, e tutti quei vorrei che si smaterializzano perché, detto molto onestamente, non vorrei nient altro al mondo che non possa già trovare tra queste quattro mura claustrofobiche che nascondono tutte le mie insicurezze e i miei insuccessi. I miei “forse” e i miei “ma” con te diventano certezze scalpite sul marmo.

Ti ho visto osservarmi con occhi curiosi e per la prima volta in vita mia mi son sentita abbastanza. Abbastanza sicura di me: abbastanza per te ma ancor di più per me stessa. E ne valeva la pena, il bruciore di stomaco incessante quando facevi incontrare la tua mano con la mia. Quanto potevo essere infantile , con i miei sorrisi imbarazzati e le guance accaldate ?

E quando lasciavi la stanza ti portavi via un pezzo di me, giorno per giorno. E all’inizio mi piaceva, ma poi ho capito che non me l’avresti più ridato, e quel tuo gesto egoistico è quello che ci ha rovinato. Tu ti sei preso una parte di me senza darmi niente in cambio, tu eri parte di me ma mai viceversa. Ed io ti ho lasciato sgretolarmi e ridurmi in frammenti di insicurezza e insuccesso. E non ero più abbastanza, neanche per me stessa, forse perché non lo ero più neanche per te.

Ti ho visto salire su quel treno delle 11 in una mattina dal cielo limpido e non sono riuscita a dargli un senso. Alla sua tranquillità, al clima mite, che non rispecchiava il mio stomaco in subbuglio.

È stata l’ultima volta che ci siamo visti, e ti immagino ancora su quel treno per Maastricht , magari con un pezzo dei Cure perché anche i tuoi gusti musicali erano impeccabili.

E mi chiedo se anche tu un po’ mi hai amata in quel momento, prima di nascondermi in un cassetto nascosto del tuo inconscio (anche se a dire il vero spero che tu mi abbia sognata qualche volta, in quel Café all’angolo tra Spuistraat e Singel dove ci siamo più volte scambiati sguardi silenziosi e pieni di rancore) .

Io ti immagino là qualche volta, che mi aspetti con un caffè nero senza zucchero tra le dita e una sigaretta nascosta dietro all’orecchio. E ci vedo, tra scambi di parole mancate e sorrisi affiatati.

E a me basta questo.

metà

innumerevoli sono, le volte in cui mi fermo all’orlo del precipizio, ma in nessuna di queste, mai, ho davvero il coraggio di guardare giù

quando penso a me, me in carne ed ossa, un metro e sessantasette di “forse” e “domani lo faccio” quello che mi viene in mente è ironicamente il desktop del mio computer, le cartelle disordinate e decine di bozze lasciate a metà, quasi tutte senza titolo

ed è così facile sentirmi un involucro di occasioni sprecate, eppure è altrettanto facile rimproverarmi per questa vile tendenza a lasciare tutto a metà: libri, note, appunti, conversazioni, relazioni o semplicemente vivere

è labile e incredibilmente sottile il filo rosso che scinde il concetto di vivere e sopravvivere, io, so di essere decisamente più familiare con la seconda piuttosto che con la prima

mi dico sempre che a ventidue anni non si ha davvero vissuto, ma se non adesso, allora, quando? a trenta, a quaranta… a cinquanta? eppure resto inerme mentre le ore e i giorni mi scivolano tra le dita

non riesco più a contare le volte in cui mi sveglio e quelle in cui mi addormento, non riesco nemmeno a decifrare l’intermezzo tra queste due azioni che sono diventate fastidiosamente monotone

continuo ad essere ma mai ad esserci- per nessuno, neanche per me stessa

ci sono giorni che mi libero dalle lenzuola con la voglia di spaccare il mondo, di fare cose, di vivere e altri giorni che di liberarmi di quelle lenzuola, proprio non ne voglio sapere. non esiste il grigio, non esistono i mezzi colori nella mia quotidianità, esiste il bianco e il nero, esiste sì e no

ma devo riconoscere che quando mi sveglio investita da quell’irresistibile frenesia di vivere ogni istante e divorare il tempo, inseguendolo a grandi falcate- lì trovo me stessa e la notte, prima di chiudere gli occhi, prego di essere me stessa anche il giorno dopo e tutti quelli a seguire, perché è una sensazione fantastica trovarsi e non volersi lasciar andare

4 ottobre 2016

ho trovato una vecchia polaroid, è sfocata probabilmente scattata in controluce, oppure, sempre più probabilmente scattata dimenticando di deselezionare la modalità notte precedentemente.

non è poi così identificabile – non ritrae niente di ché, non un bel paesaggio, non un bel tramonto o un bel viaggio, ma si intravede, sotto lo spiraglio di luce quasi accecante, un angolino di quella che ho subito riconosciuto come la mia stanza di Singel410, Amsterdam, Olanda.

ed è automatico (più naturale, direi) dunque, il flusso di ricordi suscitatomi da quella fotografia, che, chissà per quale motivo, non ho buttato – io e la mia sconsiderata affezione per gli oggetti inanimati.

sul retro è incisa una data: 4 ottobre 2016 – un giorno come un altro, nemmeno ricordo cosa stessi facendo nell’istante prima di scattare quella foto e neanche in quello dopo, eppure questo ricordo insignificante sembra comunque attanagliarmi la bocca dello stomaco

ed eccola che sbuca, l’ingenua diciottenne – solo quattro anni fa, eppure sembra un decennio

allora prego di riavere la spensieratezza con cui probabilmente ho scattato quell’inutile fotografia, quella leggerezza e quel menefreghismo che mi strappava da ogni mia singola responsabilità

cosa è cambiato, in quel vulnerabile ammasso di carne ed ossa – ancora non l’ho capito

eppure riesco solo adesso a godermi quegli istanti che mi sono passati davanti con tale velocità da sembrare effimeri, puerili, eppure non lo sono affatto – mai lo saranno, forse

e ricordo i primi spiragli di luce al mattino, così forti e sconvolgenti

la cameretta dava sul canale, e per due settimane c’abbiamo vissuto senza tende oscuranti – appena arrivava il mattino, così facevo io e non appena calava la notte, così io mi rantolavo tra le coperte sgualcite – quanto odiavo rifare il letto al mattino, buffo come adesso riesca solo a pensare che odio ancora di più riaddormentarmici la notte con quel letto sfatto: come potevo essere così noncurante, mi chiedo

alla vecchia me non importava poi così tanto dei dettagli, la nuova me – bhe, i dettagli sono tutto

mi sembra anche di sentire i motori delle barche che attraversavano il canale e poi via sotto il ponticello adiacente all’angusto portoncino verde che portava al mio appartamento – vorrei tornar lì e farmi piccola nel mio lettino e osservare i turisti camminare – aprir la finestra al mattino per cambiare aria e sentire quell’odioso profumo di zenzero della pasticceria sotto casa, sulla mia sinistra, a poche centinaia di metri vedo ancora i fiorai alzare le saracinesche del bloemenmarkt mentre io pedalo in ritardo per l’ennesima lezione che non seguirò – ricordo anche gli inutili scarabocchi sul mio quaderno, dannazione

ricordo anche le bianche bugie – così mi piaceva definirle sicuramente per sentirmi meglio con me stessa, ed evitare poi di colpevolizzarmi troppo – dette ai miei genitori riguardo la realtà della mia quotidianità olandese

quel lavoro che mi teneva in piedi tutta la notte, a correre da un lato all’altro del locale piccolo ed asfissiante, ma particolarmente accogliente, in cui passavo quattro cinque e talvolta sei nottate a settimana – odiavo le discoteche prima di vivere quella realtà parallela che classifico come il mio fallimentare anno ad amsterdam – camminavo tutte le notti da quel vicolo stretto di singel, attraversando le 9straatjes per poi sbucare su leidseplein, superando il chicago social club e dritta verso l’oaK – spesso mi chiedo se quel locale esiste ancora, e un senso di malinconia ma anche di vergogna mi assale, se penso anche a tutti i segreti nascosti in quelle quattro mura

ricordo, poi, rintanare a casa alle 6 del mattino, alle prime luci dell’alba di un qualsiasi giorno feriale: le scarpe strette tra le dita e i passi in punta di piedi, per non svegliare i miei coinquilini – che poi risultavano sempre inutili, perché puntualmente li trovavo lì, seduti in cucina con la faccia assonnata ma già stretti nei loro abiti di lavoro con quello sguardo di rimprovero e mi chiedevo anche se un giorno, la situazione si sarebbe ribaltata e sarei stata io a far colazione alle 6 per affrontare l’ennesima noiosa giornata d’ufficio – ma io non ho mai voluto veramente questo per me stessa e non sono sicura di essere pronta a volerlo ora

la foto è ormai quasi stropicciata per quanto me la sono rigirata tra le dita, ma decido comunque di rimetterla dove l’ho trovata, chissà se tra un po’ di tempo avrò voglia di rivivere nuovamente questa nostalgia canaglia

20

Ho paura. 

Sono qui, seduta sola nell’ombra, un leggero spiraglio di luce entra dalla finestra socchiusa e illumina il pavimento, ed io cerco con tutta me stessa di aggrapparmici. A quello spiraglio di luce.

Sì, ho paura. E fa schifo ammetterlo.

Ma a 20 anni bisogna avere paura, no? 

Sono questo, i vent anni, paura e insicurezze. Adesso sono seduta qui inerme, e tra un anno chissà dove sarò. Cerco stasi nella metamorfosi dei miei insipidi vent anni, ed è un bel paradosso cercare un punto fermo in mezzo ad una bufera. Mi sento sola anche quando vedo mille volti che mi circondano, che sorridono e fingono che tutto sia un perfetto cosmico e la vita sia una melodia. Vorrei esser come loro, saper fingere con un bicchiere di vino in mano, ma io li vedo da fuori. Ed oggi mi sento in un orbita, chiusa in una bolla di incertezze. Non riesco a pensare- o forse non voglio e basta. Trovo serenità in una giornata di pioggia e malinconia in una giornata di sole. Dico di odiare quei film melensi che ti si presentano con allegato un foglietto informativo con su scritto “Piangerai a dirotto”, ma tanto poi piango lo stesso. Forse solo per l’immagine, forse solo per la colonna sonora azzeccata, anche se gli attori sono mediocri e la trama è francamente troppo banale. 

La mia sensibilità mi disgusta, vorrei non sentir niente e star comunque bene. Ti basta un minuto per esser la persona più felice del mondo, la tua vita ti sembra un film di Woody Allen dove tutto è perfettamente curato nei minimi dettagli, dove anche i personaggi psicologicamente più complessi si riducono alle scelte più deludenti. 

Pensiamo di esser l’eccezione, ma siamo la regola.

Pensiamo di essere diversi, non migliori, semplicemente diversi. Sentiamo la necessità di provare che non c’è spazio per noi in questo mondo, che l’era dei Millennials ci disgusti, mentre l’unica cosa raccapricciante è che in realtà, in fondo, questo mondo di realtà egocentriche ci fa impazzire. Stare al centro del mirino, registrare ogni frammento dell’apice della serata. 

Ho vent anni, tra poche settimane ne avrò 21 e vorrei davvero che cambiasse qualcosa. Ma allo stesso momento vorrei che non cambiasse nulla, perché la paura mi mangia viva. Mi piace aver la vita schematizzata, svegliarmi la mattina e sapere cosa devo fare, mi piace non dover aver paura di buttarmi in mezzo alla calca e cercare di provare quanto io valga per davvero. Sto seduta in mezzo a trecento persone ad ascoltare un professore nei suoi sessant’anni di cinismo dirmi che il mondo vero non è tra i banchi universitari, ma è là fuori. E sembra quasi di vivere una vita non mia, ma questa vita mi piace e vorrei non lasciarla andare mai.

L’ansia che ti mangia viva il giorno prima di un esame, le lezioni delle 8.30 e i miei costanti ritardi ingiustificabili.

Avere vent anni è un concetto così controverso che appare quasi ineccepibile. Mi sento seduta al bordo del mondo senza potervici entrare. 

Mi sento fuori da ogni prospettiva. 

E.. cazzo, sono qui seduta a guardare il mondo dalla stanza del mio bilocale e mi chiedo cosa ne sarà di me.

Ma l’unica risposta che riesco a darmi è che ho una paura fottuta. 

tornare

Sono le 6.03 ma è ancora buio, sembra quasi che questa giornata non abbia il coraggio di cominciare, un po’ come me. Sono le 6.03 e il tepore della macchina preriscaldata mi da quegli ultimi brevi ma intensi momenti che il mio cervello riconduce al termine “casa”.

Sei pronta?

Non lo so papa’, ogni volta mi sembra di non esserlo mai. Vorrei restare qui, tra i grovigli delle mie lenzuola protetta dalla vostra presa ferrea. Io ti sorrido, ma con un po’ di malinconia, quella che ti fa pesare il cuore e pure lo stomaco. Vorrei sentir sempre il profumo del mare, il rumore del vento che ti annoda i capelli e ti fa lacrimare gli occhi. Metti sù quel disco dei Supertramp che mi piace da impazzire, e quando parte Child Of Vision alzi il volume alle stelle, perché io e te lo sappiamo che quella è la nostra canzone. Dura 7 minuti, la durata precisa del tragitto casa – aeroporto e anche se non è ancora finita, perché la strada a quell’ora non è mai trafficata, tu non spegni la radio fino a che non ha risuonato l’ultima nota, solo così sono pronta a partire. Solo sapendo che infondo, tornerò.

Cara Sardegna,

vorrei dirti che i tuoi tramonti caldi e passionali io me li porto sempre con me, ovunque io vada, e che qualunque tramonto non sarà mai bello quanto il sole che muore dietro Capo Caccia, visto con le gambe a penzoloni sulla Muralla. Le passeggiate lungo i bastioni, la sabbia umida e i tuoi profumi intensi. La quiete di un lunedì sera e la frenesia di una domenica pomeriggio, una di quelle dove il sole spacca le pietre e ti brucia quasi la retina a starlo a guardare, ma la sensazione del tepore sulla tua pelle in una giornata invernale, i caffè in piazza e le birre vuote. Sedute sugli scalini sporchi, inermi e indifferenti, i drum girati troppo in fretta, “sei sempre in ritardo”. “Aspettiamo l’alba?”. Il belvedere, le rocce, le onde che si infrangono alla riva, troppe alghe. C’è marea brutta. La città è deserta, ma c’è comunque troppa gente.

Questi piccoli e insignificanti particolari a cui non faccio mai caso, li porto con me, ovunque io vada, nonostante io sappia che non li troverò mai più da nessun altra parte, ed è proprio perciò che fa così male lasciarti: nessun posto al mondo è come te e dubito lo sarà mai.

Per sempre mio rifugio,

la tua nostalgica amante.

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17 Dicembre 2018, 18.54, KM153 – Torino Porta Nuova – Milano Centrale

Vorrei che Trenitalia fosse in orario più spesso, vorrei che la temperatura sui treni non fosse così elevata, vorrei che le persone non facessero telefonate così chiassose, vorrei riuscire a finire un libro senza rileggere quaranta volte la stessa frase senza capir niente, ecco, vorrei far a meno dei miei improvvisi deficit di concentrazione, vorrei che tu mi portassi al mare – be, forse è proprio questa la causa dei miei lapsus.

Tu non mi hai mai portata al mare, e al mare ci si portano le persone speciali, quei casini impacchettati con cura, proprio come me. Vorrei sentire l’odore di sale inebriare la macchina, con le braccia a penzoloni fuori dal finestrino e un pezzo di De André. Vorrei che mi guardassi come si guardano quelle cose belle, ma belle davvero. Belle e rovinate. Tu avresti la capacità di farmi sentire bella, anche solo per un minuto, anche solo per finta. Anche se fumo troppe sigarette. Anche se non so cantare, né tantomeno ballare e non conosco neanche barzellette divertenti. Ma sono un inguaribile romantica, ti basta? Vorrei essere il caso umano di qualcuno, per una volta. Vorrei avere qualcuno che abbia quell’incessante voglia di mettermi a posto, di raccogliere i cocci. 

Vorrei che mi portassi al mare, per sentire il rumore assordante delle onde contro la costa e guardarci in quel silenzio assordante. Che cliché. 

Ma poi se ci penso bene, ci vedo bene seduti in una di quelle osterie ultra chiassose e strette. E fa esageratamente caldo, e non fa niente se le mie gote sono esageratamente rosse e il vino mi da’ un po’ all testa e tu mi sorridi come se non avessi mai visto niente- niente se non me stessa. 

Se sbatto le palpebre un’altra volta ancora ci vedo- seduti in Darsena con i piedi che penzolano dal molo, una sigaretta in due e una di quelle birre artigianali che mi fanno girare la testa. Fa caldo e le zanzare mi infastidiscono. E non noi ci alziamo più, neanche quando il bicchiere è vuoto – il tuo, la mia birra si è riscaldata e tu mi guardi con aria di rimprovero. Ma a me la birra artigianale proprio non piace, eppure non te l’ho mai detto. Ma tu lo sai, come io so che tu odi il vino rosso. Eppure lo bevi lo stesso. Sono quei piccoli compromessi che accetti. Insomma- è tutto o niente, no?

Conosci la teoria di Marshall? Sì, insomma: Marshall odia le olive e Lily le adora, quindi son perfetti l’uno per l’altra, perché tutte le olive che non mangia Marshall le mangia Lily. Ma poi non è neanche vero, perché Marshall adora le olive, ma non riesce proprio a dirlo a Lily. Eppure lei l’ha sempre saputo. 

Ci sono così tante cose che vorrei far con te – semplicemente per il fatto che da sola non ne avrei mai il coraggio. Probabilmente assaggerei le acciughe se solo me lo chiedessi, smetterei di fumare e direi che il vino mi fa schifo. Anche se non è affatto vero. 

Vorrei che tu avessi scelto me,

con tutti miei compromessi, con tutti i miei forse, con tutti i miei perché. Perché io avrei accettato i tuoi. 

Caro Mecna

il tour è finito e si è portato via un pezzo di me.

Il tour è finito, ma posso ancora sentire il rumore delle casse vibrarmi sotto i piedi, la melodia di “71100” trascinarmi via e le note del ritornello di “Senza di me” scorrermi nelle vene.

Non so quante persone possano definirsi fortunate almeno quanto mi sento fortunata io adesso. Dentro di me, sento di averti affidato la mia incapacità di esprimere quell’insulso groviglio di pensieri ed emozioni travolgenti che in un modo o nell’altro mi appartengono. Tu, tra tutti, hai avuto la capacità di decifrarmi in ogni mio singolo ed insignificante dettaglio, con una sola canzone. Non puoi immaginare quanto questo possa farmi sentire grata.

Quanto può essere infantile questa mia innata affabilità? Eppure, tu sei riuscito a scavare sotto tutti i miei strati di insicurezza, semplicemente mettendoli in rima su una base dolce come il  blues in quei ristoranti dove ti senti sempre un po’ fuori posto. Però lo apprezzi, tra il rumore delle posate e il tintinnio di un bicchiere di vino. 

Tu mi hai fatto rivalutare la pioggia, e Per Dio, l’ho sempre odiata. Adesso, se è lunedì mattina, piove a dirotto, il cielo è grigio e fa un freddo cane, penso a te e mi dico che “questa è proprio una giornata da Mecna”.

Quando l’altra mattina sulla 94 guardavo fuori dal finestrino, aspettando quella fermata che sembrava non arrivare mai, un tuo pezzo mi rimbombava nei timpani e mi bastava chiudere gli occhi per poter (ancora) riuscire a percepire quell’atmosfera intima ed eccezionale, di quella notte al Santeria. Era il mio terzo live, eppure sembrava il primo. Mi ricordo quando ho rischiato di perdere quel volo dall’Olanda per inseguirti fino a Milano e sentirti suonare. Ho chiamato i miei la sera prima della mia partenza: “Ma, sto andando a Milano da Mecna”. Lei pensava la stessi prendendo per il culo, non c’ha mica creduto che avrei fatto una stronzata del genere.

Ad oggi, sopra le note di 31/07 penso a quel tuo “questa la facciamo mo così ce la leviamo dal cazzo”. Bastano soltanto le prime due note e già sentivo il cuore battere dentro allo stomaco. Piangevo a dirotto e il ragazzino dietro di me mi guardava quasi compatendo lo stato in cui m’ero ridotta. Avrei voluto solo dirgli che forse, quella sera, in quell’esatto momento, lui era l’unico che non piangeva. Che razza d’insensibile devi essere per non piangere con 31/07?

Per non parlare di Fatto Così… quella ce l’hai fatta penare, non iniziava più. Hai preteso che ci sgolassimo per dieci minuti di fila per poi farci esplodere in un turbine di emozioni contrastanti: felicità, incazzo e nostalgia. Alla quinta birra, e alle liti per chi dovesse andarla a prendere per paura di perdere il posto con la visuale perfetta, tutto era più leggero. Anche Nonostante Sia, che quello è un Pezzo con la P maiuscola.

L’intimità, quella sera, era la parola d’ordine. La leggevi sul volto di uno sconosciuto, sulle parole dei tuoi pezzi, sul tuo modo fastidioso di stringere il microfono e quei tuoi bizzarri tentativi di muoverti a tempo sulle note de “Il tempo non ci basterà”. Eppure, quella sera, non la scambierei con nulla al mondo.

Tu mi hai rapita con la prima canzone e mi hai cullata per tutta la durata del concerto, ed io, inerme, mi sono lasciata cullare dalle tue parole, sicura che niente avrebbe rovinato o cancellato quel momento, né in quell’esatto istante, né in un futuro lontano. E chissà quando penserò quanto fossi stupida a 20 anni a prendere quei testi come fossero un manuale d’istruzioni ed io fossi una lampada Ikea.

L’ho saputo quando un amico al bar della scuola mi ha guardata negli occhi e ha esordito con un “ti devo far sentire un pezzo figo”. Erano le prime note di “A Modo Mio”: mi hanno presa a portata via. È incredibile come dopo 5 anni mi senta ancora seduta in quel bar a sorridere come un’ameba e pensare che quella fosse la canzone giusta per me.

Caro Mecna,

con questo vorrei solamente dirti che sì, il tour è finito, ma quello che m’ha lasciato nel cuore è infinito.

Milano

Cara Milano, 

sei un film di Muccino: di quelli confusionali, ma dalla pellicola sporca, opaca… Oserei dire rovinata; quella che ti fa quasi pensare al tumulto del ’68, il colore Rosso, l’Università occupata e quell’idealista di Gramsci. Sei uno di quei film che finisce troppo in fretta, che vorresti riavvolgere tre, forse quattrocento volte per non arrivare mai alla fine. Quel film che ti lascia la gola secca e lo stomaco attorcigliato. Sei uno streaming che non carica, sei l’ennesimo ombrello dimenticato in stazione, quel libro ingiallito che porti sempre con te, anche se l’hai già letto almeno una decina di volte.

Sei grigia, ma poi sei verde, sei azzurra ma con un’esplosione di rosa cipria. Sei notte fonda, ma sei anche l’alba sul tetto,  e pure i tramonti in Darsena. Sei frenesia, i sabati a ballare e le domeniche a perdersi tra i ciottoli di Brera, i profumi artigianali, il casino assordante del 14 che ti taglia la strada. Sei quel posto nascosto che ho visto una volta, per puro caso, e che non ho più smesso di cercare, ma che comunque non ho mai più ritrovato. Sei nelle polemiche dei passanti, nei sorrisi degli incerti e nell’innocenza di un bambino. Sei quell’insopportabile odore sulla metro delle 8.33, con i vetri appannati e la calca delle persone ancora in dormiveglia.  Sei la scortesia dello sconosciuto frettoloso, trascinato dalla sua 24 ore verso la monotonia del suo ufficio. Sei il profumo del pane appena sfornato in quel lunedì mattina quando piove e sei in ritardo di tre quarti d’ora per la lezione di Diritto; forse hai spento la sveglia un po’ troppe volte, o forse ti sei addormentata con la schiena appiccicata alle piastrelle fredde della doccia, cullata dal getto d’acqua (troppo) calda.

Sei l’ora di punta in Cadorna, la frenesia del Venerdì, Caffè Napoli, il mercato di Fauchet, facciamo aperitivo? Sei quella sigaretta fumata troppo in fretta , quella che, “cazzo, era l’ultima”. 

Sei un momento troppo breve e un ricordo dolce amaro. Sei per chi ti capisce poco, perché ad ogni “voglio tornare giù” segue un “un po’ Milano mi manca”, anche se poi te ne penti sempre.  Sei un completo gessato e il rumore sordo di un tacco a spillo. Sei i “quando arrivi?” e sei anche i “quando vai via?”.

Milano, sei così tante cose. Sembri di tutti, ma alla fine non sei mai di nessuno, sei così grande e dispersiva, ma poi mi soffochi, e mi stringi il petto, mi smorzi il respiro,  proprio come quando devo lasciarti. Io non lo dico mai a nessuno, ma tu mi mancherai sempre quando ti lascerò. 

Perché è proprio vero che sei di tutti e di nessuno,

eppure io mi sento così tua.