ho trovato una vecchia polaroid, è sfocata probabilmente scattata in controluce, oppure, sempre più probabilmente scattata dimenticando di deselezionare la modalità notte precedentemente.
non è poi così identificabile – non ritrae niente di ché, non un bel paesaggio, non un bel tramonto o un bel viaggio, ma si intravede, sotto lo spiraglio di luce quasi accecante, un angolino di quella che ho subito riconosciuto come la mia stanza di Singel410, Amsterdam, Olanda.
ed è automatico (più naturale, direi) dunque, il flusso di ricordi suscitatomi da quella fotografia, che, chissà per quale motivo, non ho buttato – io e la mia sconsiderata affezione per gli oggetti inanimati.
sul retro è incisa una data: 4 ottobre 2016 – un giorno come un altro, nemmeno ricordo cosa stessi facendo nell’istante prima di scattare quella foto e neanche in quello dopo, eppure questo ricordo insignificante sembra comunque attanagliarmi la bocca dello stomaco
ed eccola che sbuca, l’ingenua diciottenne – solo quattro anni fa, eppure sembra un decennio
allora prego di riavere la spensieratezza con cui probabilmente ho scattato quell’inutile fotografia, quella leggerezza e quel menefreghismo che mi strappava da ogni mia singola responsabilità
cosa è cambiato, in quel vulnerabile ammasso di carne ed ossa – ancora non l’ho capito
eppure riesco solo adesso a godermi quegli istanti che mi sono passati davanti con tale velocità da sembrare effimeri, puerili, eppure non lo sono affatto – mai lo saranno, forse
e ricordo i primi spiragli di luce al mattino, così forti e sconvolgenti
la cameretta dava sul canale, e per due settimane c’abbiamo vissuto senza tende oscuranti – appena arrivava il mattino, così facevo io e non appena calava la notte, così io mi rantolavo tra le coperte sgualcite – quanto odiavo rifare il letto al mattino, buffo come adesso riesca solo a pensare che odio ancora di più riaddormentarmici la notte con quel letto sfatto: come potevo essere così noncurante, mi chiedo
alla vecchia me non importava poi così tanto dei dettagli, la nuova me – bhe, i dettagli sono tutto
mi sembra anche di sentire i motori delle barche che attraversavano il canale e poi via sotto il ponticello adiacente all’angusto portoncino verde che portava al mio appartamento – vorrei tornar lì e farmi piccola nel mio lettino e osservare i turisti camminare – aprir la finestra al mattino per cambiare aria e sentire quell’odioso profumo di zenzero della pasticceria sotto casa, sulla mia sinistra, a poche centinaia di metri vedo ancora i fiorai alzare le saracinesche del bloemenmarkt mentre io pedalo in ritardo per l’ennesima lezione che non seguirò – ricordo anche gli inutili scarabocchi sul mio quaderno, dannazione
ricordo anche le bianche bugie – così mi piaceva definirle sicuramente per sentirmi meglio con me stessa, ed evitare poi di colpevolizzarmi troppo – dette ai miei genitori riguardo la realtà della mia quotidianità olandese
quel lavoro che mi teneva in piedi tutta la notte, a correre da un lato all’altro del locale piccolo ed asfissiante, ma particolarmente accogliente, in cui passavo quattro cinque e talvolta sei nottate a settimana – odiavo le discoteche prima di vivere quella realtà parallela che classifico come il mio fallimentare anno ad amsterdam – camminavo tutte le notti da quel vicolo stretto di singel, attraversando le 9straatjes per poi sbucare su leidseplein, superando il chicago social club e dritta verso l’oaK – spesso mi chiedo se quel locale esiste ancora, e un senso di malinconia ma anche di vergogna mi assale, se penso anche a tutti i segreti nascosti in quelle quattro mura
ricordo, poi, rintanare a casa alle 6 del mattino, alle prime luci dell’alba di un qualsiasi giorno feriale: le scarpe strette tra le dita e i passi in punta di piedi, per non svegliare i miei coinquilini – che poi risultavano sempre inutili, perché puntualmente li trovavo lì, seduti in cucina con la faccia assonnata ma già stretti nei loro abiti di lavoro con quello sguardo di rimprovero e mi chiedevo anche se un giorno, la situazione si sarebbe ribaltata e sarei stata io a far colazione alle 6 per affrontare l’ennesima noiosa giornata d’ufficio – ma io non ho mai voluto veramente questo per me stessa e non sono sicura di essere pronta a volerlo ora
la foto è ormai quasi stropicciata per quanto me la sono rigirata tra le dita, ma decido comunque di rimetterla dove l’ho trovata, chissà se tra un po’ di tempo avrò voglia di rivivere nuovamente questa nostalgia canaglia