Cara Milano,
sei un film di Muccino: di quelli confusionali, ma dalla pellicola sporca, opaca… Oserei dire rovinata; quella che ti fa quasi pensare al tumulto del ’68, il colore Rosso, l’Università occupata e quell’idealista di Gramsci. Sei uno di quei film che finisce troppo in fretta, che vorresti riavvolgere tre, forse quattrocento volte per non arrivare mai alla fine. Quel film che ti lascia la gola secca e lo stomaco attorcigliato. Sei uno streaming che non carica, sei l’ennesimo ombrello dimenticato in stazione, quel libro ingiallito che porti sempre con te, anche se l’hai già letto almeno una decina di volte.
Sei grigia, ma poi sei verde, sei azzurra ma con un’esplosione di rosa cipria. Sei notte fonda, ma sei anche l’alba sul tetto, e pure i tramonti in Darsena. Sei frenesia, i sabati a ballare e le domeniche a perdersi tra i ciottoli di Brera, i profumi artigianali, il casino assordante del 14 che ti taglia la strada. Sei quel posto nascosto che ho visto una volta, per puro caso, e che non ho più smesso di cercare, ma che comunque non ho mai più ritrovato. Sei nelle polemiche dei passanti, nei sorrisi degli incerti e nell’innocenza di un bambino. Sei quell’insopportabile odore sulla metro delle 8.33, con i vetri appannati e la calca delle persone ancora in dormiveglia. Sei la scortesia dello sconosciuto frettoloso, trascinato dalla sua 24 ore verso la monotonia del suo ufficio. Sei il profumo del pane appena sfornato in quel lunedì mattina quando piove e sei in ritardo di tre quarti d’ora per la lezione di Diritto; forse hai spento la sveglia un po’ troppe volte, o forse ti sei addormentata con la schiena appiccicata alle piastrelle fredde della doccia, cullata dal getto d’acqua (troppo) calda.
Sei l’ora di punta in Cadorna, la frenesia del Venerdì, Caffè Napoli, il mercato di Fauchet, facciamo aperitivo? Sei quella sigaretta fumata troppo in fretta , quella che, “cazzo, era l’ultima”.
Sei un momento troppo breve e un ricordo dolce amaro. Sei per chi ti capisce poco, perché ad ogni “voglio tornare giù” segue un “un po’ Milano mi manca”, anche se poi te ne penti sempre. Sei un completo gessato e il rumore sordo di un tacco a spillo. Sei i “quando arrivi?” e sei anche i “quando vai via?”.
Milano, sei così tante cose. Sembri di tutti, ma alla fine non sei mai di nessuno, sei così grande e dispersiva, ma poi mi soffochi, e mi stringi il petto, mi smorzi il respiro, proprio come quando devo lasciarti. Io non lo dico mai a nessuno, ma tu mi mancherai sempre quando ti lascerò.
Perché è proprio vero che sei di tutti e di nessuno,
eppure io mi sento così tua.