23E

L’aria condizionata nei voli alitalia è come un invito esplicito ad uscire con la confezione del paracetamolo in tasca. Sei donna, dopo i fazzoletti, le salviettine e l’amuchina per le più delicate, il paracetamolo è un must, soprattutto per gli ipocondriaci come me, che un’emicrania è un aneurisma cerebrale.

Con la testa (e anche il corpo direi) tra le nuvole penso già al profumo dei pini e la brezza salata del mare e sono in fibrillazione.

69 giorni che non vedo casa e mi sembrano anni luce, eternità sconfinate.

E passi il piagnisteo irritante del bambino del 24E , e passi il vecchio che rantola e il russare incessante di quello che gli siede accanto. Se chiudo gli occhi vedo già il sole cadere e infrangersi su capo caccia, sento l’acqua gelida del Lazzaretto intorpidirmi le dita dei piedi e il rumore del mare. Una scarica di endorfina mi attraversa la spina dorsale, ed ora lo so, cosa è la vita da fuori sede. E non sono i sughi pronti e le lavatrici sbagliate, non sono le migliaia di foto attaccate alla parete del letto che mi cullano nella solitudine della notte, o il Sud che mi porto dentro. Le polpette di mamma, la lasagna di nonna P.

È il profumo che ti inebria i sensi quando strattonata da mille energumeni sudati che spingono per uscire dal veicolo pensi a quanto ti sia mancata casa. Quel paesino da cinquemila persone è il Cosmo intero, pure confronto al milione di abitanti di Milano. Confronto al Duomo che riflette la luce esplosiva del sole delle 7, che gli da quella tonalità tanto ambrata che potrebbe sembrare oro colato. Il moletto in darsena, una lager 4 luppoli, uno spinello che ti raschia la gola e il nuovo EP di XXXTENTATION , “remedy for a broken heart (why am I so in love)” ( è decisamente meno grunge di Fuck love, e Trippie spacca quel pezzo in due).

E poi ci sei tu, una polo stropicciata , una suola di scarpa consumata e quei bermuda , che io non te l’ho mai detto, ma odio da morire. Sembri uno di quei ragazzini a scuola vela mi infastidivano a tal punto da meritarsi un tuffo giù dal molo. I capelli scombinati e un paio di quegli occhiali da sole trovati a qualche mercatino dell’usato per caso.

E certo Milano è la cura ad ogni male , ma è anche la stronza che il male me lo procura. E qui subentri tu, e corro tra le tue braccia salde che mi accolgono sempre con una nostalgia agrodolce che si insinua nella parte piu remota del mio cervello, ma che scalpita per venir su ogni volta che ti osservo e sento che non ti sto godendo abbastanza. Con i piedi a penzoloni giù dai bastioni.

Sei bella quando mi sento sola all’ora di punta sulla M2 stretta tra quel cumulo incessante di persone, e i loro respiri pesanti li sento sul collo talmente stiamo stretti. “Stretti come Jorja Smith nel suo vestitino al live all’O2 Arena a Londra” per citare (stranamente?) Corrado.

E tutti i pensieri negativi si sciolgono solo al contatto, e tutti quei vorrei che si smaterializzano perché, detto molto onestamente, non vorrei nient altro al mondo che non possa già trovare tra queste quattro mura claustrofobiche che nascondono tutte le mie insicurezze e i miei insuccessi. I miei “forse” e i miei “ma” con te diventano certezze scalpite sul marmo.

Ti ho visto osservarmi con occhi curiosi e per la prima volta in vita mia mi son sentita abbastanza. Abbastanza sicura di me: abbastanza per te ma ancor di più per me stessa. E ne valeva la pena, il bruciore di stomaco incessante quando facevi incontrare la tua mano con la mia. Quanto potevo essere infantile , con i miei sorrisi imbarazzati e le guance accaldate ?

E quando lasciavi la stanza ti portavi via un pezzo di me, giorno per giorno. E all’inizio mi piaceva, ma poi ho capito che non me l’avresti più ridato, e quel tuo gesto egoistico è quello che ci ha rovinato. Tu ti sei preso una parte di me senza darmi niente in cambio, tu eri parte di me ma mai viceversa. Ed io ti ho lasciato sgretolarmi e ridurmi in frammenti di insicurezza e insuccesso. E non ero più abbastanza, neanche per me stessa, forse perché non lo ero più neanche per te.

Ti ho visto salire su quel treno delle 11 in una mattina dal cielo limpido e non sono riuscita a dargli un senso. Alla sua tranquillità, al clima mite, che non rispecchiava il mio stomaco in subbuglio.

È stata l’ultima volta che ci siamo visti, e ti immagino ancora su quel treno per Maastricht , magari con un pezzo dei Cure perché anche i tuoi gusti musicali erano impeccabili.

E mi chiedo se anche tu un po’ mi hai amata in quel momento, prima di nascondermi in un cassetto nascosto del tuo inconscio (anche se a dire il vero spero che tu mi abbia sognata qualche volta, in quel Café all’angolo tra Spuistraat e Singel dove ci siamo più volte scambiati sguardi silenziosi e pieni di rancore) .

Io ti immagino là qualche volta, che mi aspetti con un caffè nero senza zucchero tra le dita e una sigaretta nascosta dietro all’orecchio. E ci vedo, tra scambi di parole mancate e sorrisi affiatati.

E a me basta questo.

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